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giovedì 18 ottobre 2012

Museo Ursus ladinicus di San Cassiano Badia, l'orso preistorico delle Dolomiti

Per raggiungere la grotta delle Conturines ci vogliono 4 ore di cammino per un dislivello di 1000 metri.
grotta delle Conturines

La grotta fu scoperta il 23 settembre 1987 da Willy Costamoling di Corvara. Quel giorno Costamoling entrò per caso in un anfratto sotto la Cima delle Conturines. Non poteva certo immaginare che avrebbe fatto una scoperta unica: davanti a lui si aprì una grotta gremita di ossa dell’orso “delle caverne”, un animale estinto, il cui ritrovamento ha dato informazioni importanti sulle Dolomiti in epoca preistorica. Negli anni successivi alla scoperta la grotta è stata studiata, scavata ed esplorata sistematicamente da un gruppo di ricerca dell’Università di Vienna sotto la guida del professor Gernot Rabeder.

Fu una scoperta unica, considerando fra l’altro che quella delle Conturines è la grotta più alta mai ritrovata, con reperti dell’orso e del leone delle caverne. L'eccezionalità del ritrovamento delle Conturines consiste anche nel fatto che si tratta della prima e per ora unica traccia dell’orso delle caverne dell'intera zona dolomitica e la conferma che si trattava di orsi vegetariani quindi, durante il periodo interglaciale di circa 40.000 anni fa, il clima  era estremamente caldo e il limite degli alberi (oggi a circa 1900 metri) raggiungeva quasi l’ingresso della grotta, a 2800  metri!
Il museo si trova a San Cassiano Badia che è una sede distaccata del Museum Ladin di San Martino in Badia. Si sviluppa su tre piani: 
al piano superiore l'esposizione inizia con la formazione delle Dolomiti, presentando i bellissimi fossili che caratterizzano la zona di San Cassiano,
Ammoniti
Ammoniti
Ammoniti
Bellerophon
Claraia Clarai
Coralli
Barriera corallina
come nascono i fossili
 per poi raccontare la formazione della grotta, la storia della scoperta e lo scavo. 
Vengono inoltre spiegati, attraverso l'esposizione di reperti originali, tutti gli aspetti dell'ambiente e della vita dell’orso delle caverne.  
Nei sotterranei del museo si trova la “grotta dell’orso”, una ricostruzione di alcuni ambienti della grotta delle Conturines, dove si potrà ammirare “l’orso che dorme”.
Nascita delle Dolomiti, patrimonio dell'Umanità

La valle dei mulini a Longiarù



 sentiero dei mulini
Andare indietro nel tempo per scoprire la dura vita dei ladini dell'Alta Badia, a quando vivevano solo grazie ad una agricoltura di sussistenza.
 Nella storica “Val di Mulins”, tra i due nuclei di Miscì e Seres, una passeggiata porta agli otto mulini della valle

Ci si arriva seguendo la strada per la Via di Seres fino ad arrivare al ponte che passa sopra il Rio Seres. Lì si può già ammirare il primo degli otto mulini che si trovano lungo il rio. Di recente, questi mulini sono stati restaurati con cura e sono funzionanti.
Mulino lungo il rio Seres

Valle dei mulini a Longiarù
Valle dei Mulini in Alta Badia
sullo sfondo la Gherdenacia
Gherdenacia

mercoledì 6 giugno 2012

Attenzione alle .... streghe!

La Val Badia è ricca di luoghi e leggende spaventose con streghe, orchi, salvarie (donne selvatiche) come:
a Plan de Corones c'è la pietra delle streghe - il passo delle Erbe, tra la Val Badia e la Velle Isarco, è stregato - sullo Sciliar sono ancora visibili quelle che vengono chiamate le "sedie delle streghe" - superato il passa del Famzarego per andare a Cortina si incontra il Sass de Stria (sasso della strega).
Le streghe della Val Badia, raramente erano descritte come belle donne, anzi, si diceva fossero vecchie e brutte, spiriti cattivi e pericolosi, dai quali stare alla larga. Abitavano il Col Alt, il Col Malàdat, il Gardenacia.
Il corrispettivo maschile erano gli orchi, uomini brutti, sporchi, violenti e dispettosi che abitavano dalle parti di Colfosco, nei Crap del Sela e del Bec del Mezdì.
Nessun viandante si azzardava di notte lungo i sentieri di montagna. Si sussurano ancora oggi storie di uomini e donne uccisi nella notte da streghe che si trasformavano in valanghe o in bestie feroci, bellissime salvarie velate he accendevano il desiderio degli uomini  e si facevano inseguire fino a che lo sventurati non precipitava da un burrone o in una forra.
Ancor oggi, come esorcismo con tro il malocchio e le fatture, sono appese sui balconi o dietro alle porte delle "streghe" in tessuto a cavalcioni sulla scopa.

mercoledì 25 aprile 2012

Architettura alpina nel Trentino - Alto Adige


Valle di Primiero
La struttura prevalente dei masi altoatesini è quella  dei Paarhöfe (edifici appaiati a breve distanza), dei quali uno per attrezzi e bestiame (detto majun in Badia, tubià in Gardena).
La casa, di diversa struttura a seconda delle epoche (a partire dal XVI secolo si è fatto un uso massiccio del legno) e caratterizzata dalla stube, stanza rivestita in legno e più o meno riccamente abbellita.
Il rustico più diffuso ha un basamento in pietra che contiene la stalla sovrastata dal fienile, e struttura a telaio ligneo.
Le viles di Badia e Marebbe (agglomerati di masi) stupiscono soprattutto per la compatezza dell'insediamento: suggeriscono un'idea di sicurezza e solidità, ma anche di risparmio dello scarso terreno coltivabile che le circonda. Solo avvicinandosi si scoprono le rampe dei fienili, le piazzette, le fonti, i forni per il pane, le legnaie.
Solo negli edifici legati alle istituzioni feudali (Mairhöfe) la mole e la facciata in muratura sovrasta le altre costruzioni.
Accanto si trovano ancora i puntins, graticci in legno ove venivano messe ad esicare le pϋces, pagnotte in segale.
Ma sia si questo che dei favà (tralicci per il fieno, simili agli Harpfen dell'Alta Pusteria) restano poche testimonianze (a Longiarù e in Alta Badia). Graffiti, intagli nel legno e decorazioni possono talvolta impreziosire le viles. Naturalmente non mancano i simboli di devozione come fiori o cerchi, incisi su stipiti, architrave, porte.
In Trentino vi sono altri esempi come per esempio la casa della Val di Fiemme dove l'uso del legno non è esclusivo; ben rappresentata è anche la pietra; ci sono ballatoi, androni, portali in pietra con incisa la data di costruzione. Le zone rustiche e civili sono separate verticalmente o orizzontalmente. 
Nel primo tipo l'abitazione con le cantine sottostanti si trova da un lato, la stalla con il fienile dall'altro. L'abitazione è costituita dalla cucina, dalla stua (con l'alcova), dalla dispensa e da varie stanze comunicanti.
Nel secondo caso il fienile è composto da grosse travi e raggiunto dai carri tramite "ponti".
Stube

venerdì 30 marzo 2012

.. andar tra le VILES

Le escursioni partono da San Vigilio di Marebbe con passeggiate circolari di 3 - 4 ore toccando viles quali: Val - La Mira - Misci - Rara - Paru - Curt.
Da Misci a Rara il panorama spazia fin al Putia e alle Odle
Una delle viles più caratteristiche è Ciaseles, che si può raggiungere con un altro giro classico partendo da Pieve. L'agglomerato dà l'impressione di compatezza e armonia, con case abbarbicate che sembrano stringersi attorno alla piazzetta. 
Nel percorso si incontrano anche anche Biei Defora, maso singolo ad architettura gotica, e il delizioso Biei Daete, mentre a Fordora si trova una casa di tipologia tardo-romanica di gran pregio.
Solitario, sotto il Plan de Corones, a 1567 m., spicca Frena, gruppo di masi restaurati.

domenica 18 marzo 2012

.. nel regno dei Fanes ..






Base delle escursioni nel Parco di Fanes, al termine della valle di Tamersc-Rudo, è il Rifugio di Pederù (1548 m.). Con jeep navetta (da dicembre ad aprile con gatto delle nevi) o a piedi per buoni camminatori, si può salire ai rifugi di Fodara, Munt de Sennes, Lavarella.
Da Sennes, per esempio, si può conquistare la cima dell'omonimo monte in 6 ore.
Le escursioni alpinistiche più classiche sono sul Col Bechei (da Pederù 6-7 ore per il Passo Limo andata e ritorno), Cima Nove, Cima Dieci, Lavarella, ecc.
E per vedere colonie di marmotte? Dal rifugio Lavarella il sentiero 13 attraversa il Plan dle Sarenes, che ne è popolato copiosamente.
Suggestivi i percorsi che scollinano nelle valli vicine: dalla Forcella della Croce a La Valle, dalla Forcella Medesc a La Villa, dal Col de Locia a San Cassiano, addirittura fino a Cortina per il passo Limo e Gran Fanes (9 ore).
Un'altra traversata che regala emozioni è da Fodara Vedla a Malga Ra Stua col sentiero 9, già in pieno territtorio ampezzano.
Un'escursione alternativa da Rina a Munt da Rina e al Col dal Lè (2175 m.), ai piedi del Putia.

domenica 27 febbraio 2011

Le "viles", testimoni della cultura alpina


Le tracce più antiche dell'uomo nell'area dolomitico-ladina risalgono al Mesolitico (da 10.000 a 5.000 anni fa; durante il Mesolitico si concluse l'ultima glaciazione con il conseguente scioglimento dei ghiacciai ). Si tratta di accampamenti di cacciatori, trovati in prossimità dei passi o di laghi alpini. Le prime tracce dell'agricoltura, e quindi di un'organizzazione di vita basata su insediamenti stabili, risalgono al periodo tra l'850 a.C. ca. e l'arrivo dei Romani nel 15 a.C.

Le "viles" sono considerate le forme di insediamento più antiche. Queste "comunità di villaggio" rappresentarono, probabilmente, le prime forme di organizzazione dei coloni in queste vallate.

Tra San Lorenzo di Sebato e la Val Badia, all'altezza di Longega, Picolin o Pederoa si può incontrare a La Pli di Marebbe, La Val e Longiarù, un paesaggio contadino di montagna molto particolare: i pendii sono ricoperti da numerose "viles", immerse in prati e campi e alle quali talora conducono strade ripide e strette.

Questi insediamenti chiusi devono la loro origine da una parte all'esigenza di sicurezza e di senso di appartenenza da aprte degli abitanti e dall'altra alla necessità di utilizzare parsimoniosamente il poco terreno disponibile adatto per l'agricoltura.

La tipica architettura delle case contadine della Val Badia consiste per lo più di un piano terra in muratura e di un piano superiore ligneo sporgente.

Le "viles" possono comprendere fino a dieci nuclei abitativi di contadini, fienili e stalle di pietra e legno, costruiti uno accanto all'altro.

Il Regno dei Fanes






Il Regno dei Fanes” rappresenta di certo una delle leggende più ricche e complesse della tradizione ladina dolomitica. Si tratta dell’unica saga nata sul territorio italiano che sia vagamente paragonabile ai grandi cicli leggendari europei, come quello arturiano o quello nibelungico. Fu raccolta e trascritta verso la fine dell’800 da Karl Felix Wolff.

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Lassù sulle alte Conturines, dove ora ci sono solo cespugli e rocce, in un'arena che ancora oggi porta il nome di Parlamento delle Marmotte, tanto tempo fa c'era un regno incantato con città e villaggi e campi coltivati. Questo paese si chiamava Fanis e i Fanes erano i suoi abitanti. Fanis aveva valli e montagne, ruscelli e laghi e boschi ed era molto vasto.

Il popolo dei Fanes aveva una regina che abitava nel castello sulle montagne, difeso da tre cinte di mura. I Fanes erano gente pacifica e saggia e le marmotte erano loro alleate. I popoli limitrofi raccontavano che i Fanes erano diventati grandi proprio per questa alleanza che era diventata un segreto che i custodi rivelavano solo alla nuova regina, come dono nel giorno delle sue nozze.

L'ultima principessa dei Fanes sposò un principe straniero e, venuta a sapere quanto umili erano le origini sulle quali si basava il grande regno, non ebbe il coraggio di rivelarlo allo sposo. La principessa si rifiutò di regnare e così il principe straniero fu eletto re dei Fanes. Un giorno il re, andando a caccia sul Nuvolau, riuscì a prendere un aquilotto, ma dal cielo piombò su di lui un'aquila con il becco di fuoco e gli artigli d'oro. Dopo una dura e alterna lotta l'aquila disse: "Ridammi mio figlio e farò di te il re più potente della terra delle montagne". Il re acconsentì e l'aquila propose un patto di alleanza che si sarebbe consolidato con lo scambio dei gemelli. L'aquila era in verità il re di un'isola lontana, quella degli uomini da un braccio solo. Dopo qualche tempo nacquero nel castello due gemelle, Dolasila e Luianta.
La mattina dopo al posto di Luianta si trovava nella culla una bianca marmottina. La regina proibì alle balie di farne parola con il re. Qualche giorno dopo il re disse alla regina di voler portare le gemelle su un'alta montagna per presentarle al Sole, signore di tutte le vite. Egli fece chiamare uno scudiero e gli ordinò di portare le gemelle ai piedi del Nuvolau, dove sarebbe arrivata l'aquila a scegliere una delle gemelle. Alle donne avrebbe raccontato che una delle bambine gli sarebbe stata rapita sulla strada del ritorno.

All'alba lo scudiero galoppò con le gemelle bene avvolte nelle coperte, in modo che nessuno le potesse vedere, verso i confini della terra dei Caiütes arrivando verso sera al Nuvolau. Ad un tratto arrivò l'aquila con gli artigli d'oro, prese dal cesto la più strana delle gemelle e si levò in volo. Arrivata quasi in cima si posò su una roccia aprendo le ali e il becco. In quel momento la marmottina scappò nascondendosi in una fessura della roccia. Lo scudiero stava rientrando al castello, quando sentì l'urlo di Spina de Mul, un maestro stregone con l'aspetto di un mulo mezzo putrefatto. L'urlo selvaggio faceva impazzire chi lo ascoltava. Lo scudiero trascorse la notte assieme ai guerrieri dei Fanes che controllavano i confini. Ad un tratto udirono dei passi. Si avvicinò un giovane che veniva dal paese dei Duranni a guadagnarsi con le sue avventure il nome di guerriero. Il giovane Duranno era curioso di sapere chi era Spina de Mul che aveva rubato ai Fanes la pietra Raieta che era il loro più grande tesoro.

E Spina de Mul venne. Il coraggioso Duranno lo colpì al cranio con una pietra e lo stregone cadde urlando per terra. Spina de Mul tentò di scappare, ma il guerriero Duranno seguitava a colpirlo e per il suo gesto eroico fu chiamato Edl de Net (occhio della notte), quello che può colpire di notte. Nella lotta Spina de Mul aveva anche perso la Raieta. Uno dei guerrieri dei Fanes si rivolse a Edl de Net dicendo: "Ora sei veramente un grande guerriero. Ti sei guadagnato il tuo nome combattendo contro una forza sovrumana e sei entrato in possesso della pietra, che è il più grande tesoro dei Fanes. Qualsiasi cosa chiederai nel regno dei Fanes ti verrà data."
Mentre tutti osservavano la pietra misteriosa, Dolasila si mise a piangere e a urlare. Edl de Net le mostrò la Raieta e come per incanto la bambina si calmò afferrando ben stretta la pietra preziosa. "Se questa è la vostra principessa", disse Edl de Net, la pietra è sua e io gliela restituisco".

Lo scudiero ritornò al castello e narrò alla regina che la seconda gemella gli era stata rubata, ma la regina non rispose. Al re, invece, raccontò come si erano svolti i fatti. Una sera, mentre il re dei Fanes cavalcava verso i pascoli di Senes, scese dal cielo l'aquila con gli artigli d'oro e mantenendo il patto lasciò a terra un giovane aquilotto. Il re lo prese e cavalcò verso il castello, ma cadde in un dirupo e si accorse che non aveva più l'aquilotto. Desolato si diresse verso la reggia. Qui lo aspettava una bella notizia: la regina aveva messo al mondo un principe. Il bambino era bello e forte, ma aveva un braccio solo. Il re organizzò una grande festa e sulla torre dei Fanes fece ammainare la bandiera delle marmotte e alzare una bandiera con un'aquila rossa in onore del suo forte alleato.

Un giorno il re udì un vecchio cantastorie parlare dello splendido regno sotterraneo degli Aurona e ne fu molto impressionato. Il racconto del cantastorie lo aveva cosi infiammato che si mise subito a cercare l'Aurona. Venne a sapere di un lago sopra Canazei; era il Lago d'Argento, dove la gente pensava fosse nascosto un immenso tesoro. Il re vi si diresse con Dolasila e con il suo seguito. Si scavò e si scavò a lungo e un giorno un soldato del re trovò in una caverna dei gioielli preziosi e una scatolina d'argento che conteneva una pelliccia bianca come la luna e un po' di polvere grigia. Dalla caverna uscirono tre nani che supplicavano il re che non venisse loro portato via il tesoro. Il re non dava loro ascolto, ma Dolasila ebbe pietà, tornò indietro e restitui ai nani la scatola. Questi sorrisero e la pregarono di seguirli fino al lago e di gettarvi la polvere grigia, perché loro non potevano farlo.

Così il tesoro sarebbe fiorito dal fondo del lago e i nani sarebbero stati liberi. Questi regalarono a Dolasila la pelliccia dicendo: "Dalla agli artefici che te ne facciano una corazza. Cosi diventerai una guerriera invincibile. Ma quando la corazza cambierà colore diventando rossa come il tramonto sulle Dolomiti, allora non scendere in battaglia."
Tornati al castello uno dei più vecchi maestri tirò la pelle di marmotta cosi sottile da farne una corazza leggerissima, ma molto resistente. Con l'argento che non finiva mai gli artefici fecero un arco per la guerriera e dodici trombe che avevano un suono meraviglioso. Dopo qualche tempo il re tornò al lago per vedere, se era fiorito come avevano promesso i nani. L'intero lago era coperto di canne d'argento. Uno degli scudieri tagliò dodici canne per farne tredici frecce per l'arco di Dolasila.

Le frecce erano cosi potenti e precise che il re fece tagliare tutte le canne per avere frecce per tutte le guerre. Il re aveva dimenticato l'Aurona, ma fu preso dalla febbre delle battaglie. Accanto a lui cavalcava Dolasila, orgogliosa della sua bianca armatura, del suo arco e delle sue frecce. La sua prima vittoria fu festeggiata a Plan de Corones, perché li la principessa Dolasila fu incoronata guerriera. Un giorno, dopo una sanguinosa battaglia, la principessa era triste e pensava al suo strano destino che la portava a dare la morte, contro la sua sorte di donna. Nonostante avesse sognato che le tredici frecce le avrebbero portato sfortuna, Dolasila continuò a combattere e a vincere.

Le imprese di Dolasila e la rabbia per aver perso la Raieta turbavano Spina de Mul. I Lastoieres che aveva istigato contro i Fanes erano stati vinti e umiliati da Dolasila. Spina de Mul cercò alleati contro il regno dei Fanes, ma la stella dei Fanes brillava alta: sia i Landrins sia i Caiütes furono sconfitti. Allora Spina de Mul andò a cercare il principe dei Duranni, quell'Edl de Net che lo aveva sconfitto una notte sotto il Nuvolau riuscendo ad infiammarlo con i racconti della superbia del re dei Fanes e della bellezza di Dolasila. Edl de Net partecipò alla guerra contro i Fanes mettendo, però, una clausola: Dolasila doveva essere salvata. Gli alleati si riunirono presso il Boite. Anche i Fanes si prepararono alla battaglia. Per la prima volta scendeva anche in campo il principe da un braccio solo.

Dal cielo scese una grande aquila con il becco infiammato e gli artigli d'oro. Fanes riconobbero ora il loro animale totemico. Per la battaglia fu scelta la pianura di Fiames. Accanto a Edl de Net apparve Spina de Mul travestito da guerriero. Ad un tratto si udirono gli squilli delle trombe d'argento dei Fanes. Alla testa dei suoi guerrieri apparve Dolasila. Dopo aver sbaragliato prima i Peleghetes e poi i Lastoieres la principessa si dirigeva fulgida come il sole verso i Duranni mentre Edl de Net fissava abbagliato Dolasila. I due giovani si fronteggiarono immobili, con le armi abbassate, perduti uno nello sguardo dell'altro. In questo attimo Spina de Mul lanciò una delle sue frecce fatate e colpì Dolasila che fu sorretta dal principe Aquila e portata lontano dalla battaglia. I valorosi Duranni furono vinti. Da una Aguana sulle sponde del Lago di Antermoia Edl de Net venne a sapere che Dolasila era costretta a fare la guerriera e che spesso cavalcava fino ai laghi a parlare con le Aguane per raccontare loro la sua pena d'amore per un guerriero che aveva visto una sola volta. Gli disse anche che il destino dei Fanes era segnato e che Dolasila si trovava in pericolo. Edl de Net pensò di salvarla, ma non sapeva come.

L'Aguana gli consigliò di rivolgersi ad un principe che si era fatto mendicante e questi lo mandò da Zicuta, la sorella di Spina de Mul, che odiava il re dei Fanes, perché non l'aveva voluta in sposa. Sette giorni dovette aspettare, finalmente il cielo si oscurò e la roccia si coprì di papaveri scuri come il sangue. Edl de Net vi si avvicinò e trovò la strega Zicuta. Zicuta raccontò al nobile Duranno che il regno dei Fanes era condannato. In verità ad Edl de Net non interessava il regno dei Fanes nè la sua storia e il suo destino. A lui interessava solo Dolasila. "Sali sul monte Latemar", gli disse Zicuta, "e chiedi ai nani di fabbricarti uno scudo tanto pesante che nessun altro potrà portarlo. Con questo scudo difenderai Dolasila". Un attimo dopo era sparita e i papaveri divennero neri e si trasformarono in un mucchietto di cenere.

Dolasila giaceva ferita nel castello dei Fanes. Per proteggerla si sarebbe dovuto costruire uno scudo e solo i nani del Latemar ne conoscevano la formula. Il re si recò sul Latemar e fu molto sorpreso di trovare lo scudo già pronto. Il re fece portare lo scudo al castello, ma si capì subito che nessuno era in grado di portarlo. Un giorno si presentò alla reggia un giovane straniero che sollevò lo scudo con una sola mano. Il re lo assunse come portatore di scudo per proteggere Dolasila in battaglia. I Fanes ripresero a combattere e a vincere. In prima fila cavalcava Dolasila, protetta dallo scudo portato da Edl de Net. Grande fu la meraviglia del re, quando il giovane gli chiese la mano di Dolasila. Il re superbo, fortemente ferito nel suo orgoglio, acconsentì soltanto quando il giovane Duranno gli disse di essere un principe. Dolasila avrebbe voluto ritirarsi dal campo di battaglia, ma al re le guerre non bastavano mai. Per essere il più grande re del suo tempo gli mancava ancora il regno sotterraneo degli Aurona e per ottenerlo incominciò a tessere trame segrete con i popoli vicini. Cosi cacciò Edl de Net dal suo regno.

Dolasila promise allo sposo di non scendere più in battaglia senza di lui. Nella reggia dei Fanes c'era confusione e sconforto. I nemici avevano dichiarato guerra e si erano accampati vicino al Col di Lana. La regina chiamò Dolasila e la supplicò di salvare il regno. La principessa non sapeva decidere: sacra era la promessa fatta allo sposo, sacre le parole di sua madre, sacro il suo popolo, il popolo dei Fanes. Dolasila aveva preso la sua decisione, ma il suo cuore era pesante come una pietra. Vagava sui prati dell' Armentarola sperando di incontrare Edl de Net. Tornando verso il castello le si avvicinarono tredici ragazzi brutti e arruffati. A Dolasila fecero paura e cosi donò le tredici frecce fatate ai tredici piccoli demoni mandati da Spina de Mul.

La bianca corazza della principessa si fece scura come il sangue e Dolasila ricordò la profezia dei nani; ormai sapeva che il suo destino era sognato. Cosi la principessa dei Fanes guidò il suo popolo alla morte. Sul Pralongià si radunarono i Caiütes, i Cadubrenes, i Lastoieres, i Peleghetes, i Latrones e gli Ampezzani. Tanti erano i popoli che il falso re era riuscito a raccogliere con l'inganno. Era quasi giunto il mezzogiorno senza che la battaglia si risolvesse a favore dei Fanes o degli alleati. Dolasila aveva l'armatura nascosta dal mantello, ma sulla sua fronte brillava la Raieta. Cosi tredici arcieri Caiütes la riconobbero nella mischia e i tredici guerrieri colpirono Dolasila con tredici frecce fatate. La principessa cadde trafitta dalle sue stesse frecce e invocando Edl de Net mori. La speranza del regno dei Fanes era tramontata.


Il re dei Fanes se ne stava nascosto sul Lagazuoi ad aspettare il ritorno degli alleati. Improvvisamente il re fu preso dalla nostalgia per la sua gente. Voleva tornare al castello ma gli alleati lo tenevano prigioniero e tutti lo beffavano. Era un falso re che aveva tradito il suo popolo e come tale divenne pietra. Il passo ai piedi del Lagezuoi si chiama ancora oggi Passo Falzarego. Gli ultimi guerrieri Fanes erano riusciti a salvarsi nel castello sulle Conturines. Là la regina aveva saputo della morte di Dolasila.
Improvvisamente apparve vicino a lei una fanciulla vestita di bianco. Era Luianta che la regina aveva dato per patto alle marmotte, sue segrete alleate.

La regina madre seguì Luianta verso una caverna e chiese perdono per aver abbandonato il patto. Raccontò dell'alleanza con le aquile e dello scambio della gemella marmotta. Le marmotte capirono, perdonarono e accettarono di rinnovare l'antico patto. E Luianta condusse la regina nel Morin dai Salvans, dove i pochi Fanes superstiti si rifugiarono in attesa di tempi migliori. Era questo un luogo sotterraneo, dove i nani lavoravano l'oro e le marmotte passavano il loro sonno invernale. I nemici avevano distrutto tutto quello che i Fanes avevano costruito e il regno, una volta cosi fiorente, pareva un deserto.

Le tredici frecce le custodiva Spina de Mul e Raieta era nascosta in una caverna custodita dagli orsi. Una volta all'anno, in una notte di luna, una barca nera fa il giro del Lago di Braies. Esce da una porta di roccia e si spinge sulle acque immobili del lago. Sulla barca siedono la vecchia regina e Luianta. Attendono il suono delle trombe d'argento, attendono la grande ora, quando tornerà il tempo promesso, il tempo in cui risorgerà nuovamente il regno dei Fanes.

lunedì 29 novembre 2010

il ladino


Questa lingua è nata dall' unione tra il reto, lingua degli antichi abitanti delle Alpi, ed il latino volgare, parlato dai soldati e artigiani romani, che avevano occupato le Alpi e quindi sottomesso i Reti nel 15 a.C.
Con il susseguirsi dei secoli si è dunque formata questa nuova lingua, chiamata ladino. In principio questa era usata in tutta la zona compresa fra il Lago di Costanza e Trieste.
Le grandi migrazioni dei popoli durante il Medioevo hanno portato però ad una spaccatura del blocco originario; la maggioranza dei ladini è stata assimilata da nuovi popoli, altri si sono rifugiati in valli deserte o scarsamente abitate. Le cinque valli dolomitiche con 30.000 ladini, il Friuli con 600.000 "furlans" e una piccola parte del Grigione svizzero con 40.000 "rumanc", sono gli unici territori ladini rimasti fino al giorno d'oggi.
Il ladino é soggetto al rischio di venire contaminato ed assimilato dalle due grandi lingue vicine, l'italiano ed il tedesco. Per questo motivo associazioni culturali ed amministrazioni pubbliche tentano con l'uso quotidiano sia scritto che orale di mantenerlo in vita.
Il territorio della Ladinia si sviluppa per circa 1.200km2, ed è occupato interamente dalle Dolomiti; quasi sul suo centro si sviluppa l'imponente Massiccio del Sella, dal quale poi si diramano le cosiddette cinque valli ladine: Val di Fassa ("Fascia") in Trentino, Val Gardena ("Gherdëina") e Val Badia ("Gran Ega") in Alto Adige, e Livinallongo ("Fodom") ed Ampezzo ("Anpezo") in Veneto.

sabato 27 novembre 2010

Santo Ujöp Freinademetz

















Il 5 ottobre 2003 padre Josef Freinademetz, verbita originario di Oies-Badia, è stato proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II. Fu un missionario ladino che ha trascorso gran parte della sua vita in Cina. Giuseppe Freinademetz nacque il 15 aprile 1852. Era il quarto dei 13 figli di una famiglia di contadini del comune di Badia/Oies.

Fu ordinato sacerdote nel 1875. Dopo due anni di servizio a San Martino in Badia, in qualità di cappellano ed insegnante, decise di abbandonare la sua valle. Si recò a Steyl, in Olanda, dove il 27 agosto 1878 entrò a far parte del neonato ordine dei verbiti e si preparò alla vita missionaria. Nel marzo del 1879 partì alla volta della Cina in compagnia del futuro vescovo Johann Baptist Anzer. I due missionari trascorsero un primo periodo a Hong Kong ed a Saikung e nel 1881 fondarono la missione dello Shantung del sud, che riuniva allora circa 158 cristiani. In questa missione Freinademetz lavorò per ben 30 anni.

Lavorare nella Cina di quei tempi non era cosa facile: con un mulo ed un carro Freinademetz si recò in visita alle singole comunità, attraversò a piedi monti e colline per raggiungere i paesi più sperduti e portare ai cinesi la buona novella.

Non si lasciò scoraggiare dalle innumerevoli difficoltà, dalle delusioni e dai pericoli che incontrava. Lo stile di Freinademetz era quello della condivisione: peregrinava tra i cinesi imparando i loro usi e costumi, parlando sempre meglio la loro lingua, vestendosi come loro e portando la treccia, vivendo come povero tra i poveri. Ed i cinesi gli diedero un nuovo nome: lo chiamarono "Fu Shen-Fu", che significa "padre della Fortuna".

Giuseppe Freinademetz morì di tifo il 28 gennaio 1908 a Taikia. Già prima di contrarre il tifo il suo fisico era gravemente provato: una grave debilitazione della laringe e dei polmoni gli rendeva difficoltoso parlare. Ma all'offerta di un periodo di riposo da trascorrere nella sua terra rispose: "Per i miei cinesi - scrisse tra l'altro - voglio vivere e morire".Il corpo del sacerdote verbita fu sepolto nel cimitero di Taikia.

La missione di Freinademetz è contrassegnata da un profondo rispetto del popolo cinese e da un grande amore per esso. Era sudtirolese, ma la Cina divenne la sua nuova patria, tanto che disse: "Sono già più cinese che tirolese e voglio rimanere cinese anche in cielo"

venerdì 2 luglio 2010

Pellegrinaggio a Sabiona

Le ricorrenze religiose in val Badia sono le più sentite. Tra queste, una delle più antiche e più intensamente vissute, è la processione triennale all' abbazia di Sabiona. I pellegrini della Val Badia partecipano numerosi al pellegrinaggio che dura tre giorni e si svolge seguendo uno schema secolare e fedelmente tramandato di generazione in generazione. Al pellegrinaggio possono prendere parte solo gli uomini.
I fedeli di Corvara, Colfosco, San Cassiano, La Villa e Pedraces si incontrano nell'abitato di Pecol/Pedraces per scendere a Longiarù e proseguire in processione, alla quale si sono nel frattempo riuniti i pellegrini di Longiarù, verso Santa Maddalena in Val di Funes. Qui attendono l'arrivo dei pellegrini provenienti dalla bassa Badia ( La Valle, San Martino, Pieve di Marebbe, San Vigilio di Marebbe, Rina ed Antermoia) che incontratisi ad Antermoia, arrivano a Santa Maddalena attraverso il Passo delle Erbe. Preceduta dal vessillo della chiesa di Santa Croce in Badia, la processione al completo arriva a San Pietro di Funes, dove viene accolta solennemente. .
Il giorno successivo alle quattro di mattina la campana sveglia i pellegrini che un'ora dopo sono di nuovo in marcia recitando rosari e cantando salmi.
Raggiungono Sabiona verso le nove e dopo aver celebrato l'Eucaristia nella chiesa di Santa Croce a Sabiona fanno ritorno a San Pietro per pernottarvi una seconda volta.
La processione, secondo quanto tramandato dalla tradizione orale, dovrebbe risalire ad un periodo compreso tra il 1250 e il 1400 ca. Il primo documento scritto, in cui viene menzionata la processione, risale tuttavia al 1503.







lunedì 8 marzo 2010

Catharina Lanz

Catharina Lanz rappresenta una sorta di eroina per tutto il popolo ladino. Nata al Plan de Mareo, in Val Badia, all'età di 25 anni si trasferì a Spinghes, nei pressi di Bressanone, per imparare il tedesco. Quello stesso anno, il 1797, le truppe bavaresi-napoleoniche raggiunsero l'Alto Adige. Durante la leggendaria battaglia di Spinghes del 2 aprile 1797, tra le truppe napoleoniche e gli Schutzen, Catharina armata di forcone si arrampicò sulle mura della fortezza tra le prime linee e, a colpi di forcone, riuscì a scacciare le truppe francesi.
Dopo questa impresa ritornò nella sua Ladinia e le sue notizie diventano frammentarie.
La ritroviamo ottantenne al servizio di un prete ad Andraz, nel Livinallongo, dove venne sepolta con gli onori militari..