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domenica 10 novembre 2013

Castello del Buonconsiglio

Costruito sopra un antico castrum romarum, il castello del Buonconsiglio è un castello fortezza a scopo difensivo e fu la sede prestigiosa del principi vescovi di Trento dalla prima metà del 1200 al 1796.
L'originaria denominazione del XIII secolo "Malconsey" fu trasformato successivamente in "Buonconsilii".

La sua attuale struttura è il risultato di più aggregazioni edilizie.

Castello del Buonconsiglio
Castello del Buonconsiglio
Tra la fine del 1300e gli inizi del 1400 la struttura venne profondamente modificata dai principi vescovi Giorgio di Liechtenstein, il quale collegò al Castelvecchio la Torre Aquila che fece affrescare con il "ciclo dei mesi in gotico internazionale" e Giovanni IV Hinderbach che fece costruire la grande merlatura e il loggiato di gusto gotico-veneziano.
Nel 1500 il cardinale Bernardo Clesio fece edificare Palazzo Magno di stile rinascimentale che divenne la residenza dei principi vescovi. Il Magno Palazzo è stato mirabilmente affrescato dai pittori Girolamo Romanino, Dosso e Battista Dossi e Marcello Fogolino.


Torre dell'Aquila, ciclo dei mesi. Si presume che i dipinti siano opera del Maestro boemo Venceslao.



Durante il Concilio di Trento (1545 - 1563, con numerose interruzioni) vennero ospitati, nel castello, cardinali ed ambasciatori.

Nell'attuale bella mostra dal titolo "Sangue di drago e squame di serpente" (chiuderà il 12 gennaio 2014!)  è esposta la bolla del 9 agosto 1339, nella quale il re Giovanni di Boemia concede al principe vescovo di Trento (il boemo Nicolò da Bruna) lo stemma di San Vencenslao con l'aquila fiammeggiante.



domenica 4 agosto 2013

Le Compattate

Le “compattate” del 1363 erano così gravose e umilianti per il principe vescovo di Trento (e anche spudoratamente menzognere, poiché si asseriva che al duca d’Austria spettava il merito di aver restaurato il principato vescovile di Trento “nel'antico onore, dignità e vantaggi) che si ritengono contraffatte.  Certo è che non furono più richiamate per avvalorare successivi documenti analoghi, nemmeno nelle “compattate” di appena due anni dopo, in seguito alla morte del duca Rodolfo.
Queste, senza dubbio autentiche, sebbene confermassero la restrizione territoriale del principato di Trento e l’invadente strapotere degli Asburgo (arciduca Alberto III di Asburgo), che più che avvocati si consideravano “signori” protettori, non contenevano clausole del tutto incompatibili con la dignità e i diritti sovrani del principe vescovo. 

Si trattava nel complesso di un’alleanza militare che riconosceva, in tempo di guerra, al conte nel Tirolo il diritto di far presidiare  dalle sue truppe castelli e capisaldi militari del principato vescovile.

Le "compattate" sancirono di fatto la fine del potere temporale dei principi vescovi.

venerdì 2 agosto 2013

Tirolo contro Venezia, era il 10 agosto 1487...

Tutto iniziò a Bolzano durante una fiera e di una" cricca guerrafondaia" capitanata da Gaudenz von Matsch che a quel tempo era al servizio di Sigismondo il Danaroso, il quale già dava segni di "poco" equilibrio mentale.


Nel 1487 Sigismondo il Danaroso, senza capire la reale portata di ciò che stava decidendo, si fece convincere a dichiarare guerra alla Serenissima.  Si  trattava di un piano concepito dal capitano della Contea Gaudenz von Matsch, che agiva in accordo con i duchi di Baviera e con un partito favorevole alla guerra presente anche nel Principato di Trento.

Il calcolo dei Bavaresi, che realisticamente prevedevano la sconfitta di Sigismondo, era quello di far precipitare la Contea in una voragine di debiti per spingere il conte a svendere i suoi possedimenti. L’obiettivo dei Trentini era quello di riconquistare parte dei territori persi nel corso del secolo XV e occupati da Venezia.



Le ostilità iniziarono con un atto totalmente arbitrario: 130 mercanti veneziani che si trovavano alla fiera di Bolzano furono imprigionati e loro merci, per un valore di 200.000 Gulden, confiscate. Il denaro serviva per assoldare 12.000 mercenari, ma l’utilizzo di mercenari si rivelò un calcolo errato. 

Le ostilità ebbero termine nel novembre 1487. Gli stati tirolesi, città in testa, intervennero d’autorità e costrinsero Sigismondo a concludere la pace. La guerra contro Venezia del 1487 contribuì in modo decisivo alla successiva destituzione di Sigismondo, che nella Dieta straordinaria del 1490 fu costretto ad abdicare.
Castel Pietra a Calliano



Castel Beseno

Nella battaglia perse la vita  il comandante delle truppe veneziane Roberto da Sanseverino d'Aragona (1418 - 1487), morto annegato nelle acque dell'Adige.


Con atto di riparazione il re Massimiliano I, divenuto anche conte del Tirolo, fece erigere nel Duomo di Trento un monumento al comandante delle truppe veneziane Roberto da Sanseverino d'Aragona.

Monumento dedicato a Roberto Sanseverino al Duomo di Trento

venerdì 26 luglio 2013

MuSe di Trento

Il nuovo Museo della Scienza "MUSE" di Trento, ideato da Renzo Piano, verrà inaugurato  sabato  27 luglio. 

Oltre ad essere spettacolare, il Museo, è un luogo interattivo  dove si coniuga armoniosamente natura, scienza e tecnologia.



Indirizzo: viale del Lavoro e della Scienza 3


venerdì 22 marzo 2013

ICT DAYS 2013


Dal  20   al    23 marzo 2013  a Trento

Informazioni:QUI

martedì 12 febbraio 2013

Usurpazione del conte Alberto III del Tirolo, Mainardo I e Mainardo II

A minacciare e osteggiare sempre più la sovranità territoriale dei principati vescovili di Trento e di Bressanone fu proprio il nipote prediletto di Federico Wanga, il conte Alberto III di Tirolo, che aveva seguito lo zio materno nella crociata

Probabilmente lo influenzò e incoraggiò l’esempio dei conti di Gorizia, che erano in rapporti di amicizia con lui e poi anche di parentela, perché la figlia sua Adelaide si era in matrimonio con il goriziano Mainardo. Ormai per lunga tradizione i conti di Gorizia erano soliti con la forza imporsi al patriarca di Aquileia, contestandogli il potere temporale anziché difenderlo come loro “avvocati”
Mainardo

Alberto di Tirolo, anzitutto, approfittò dell’ostilità dell’imperatore Federico II nei confronti del vescovo guelfo trentino di Aldrighetto da Castelbarco (1232 - 1247) per appropriarsi di alcuni dei feudi più cospicui in Vallagarina e nella valle di Non. In seguito solidarizzò con Ezzelino da Romano e con Sodegerio di Tito, nominato podestà imperiale di Trento (1239 - 1255) in luogo del vicedominus vescovile, da quando Federico II ebbe posto sotto sequestro il principato trentino, aggregandolo alla Marca trevigiana. 

La strategia del conte Alberto III di Tirolo per precostituirsi un grande dominio a spese dei principati ecclesiastici alpini, seppe sfruttare con lungimirante spregiudicatezza le difficoltà finanziarie, la pusillanimità e l’incoerenza dei mediocri principi vescovi succeduti a Federico Wanga
Il conte riuscì a tessere un’abilissima trama, servendosi di ogni espediente per inviluppare e subordinare e infine riunire in un suo unico principato laico i territori di Trento e di Bressanone, come pure di Coira e fors’anche di Salisburgo. Non ridimensionò le sue ambiziose aspirazioni di fronte all’ostacolo maggiore per poter trasmettere ai suoi diretti discendenti i feudi ecclesiastici usurpati, in quanto non aveva figli maschi e il diritto imperiale escludeva la successione femminile nell’ereditarietà dei feudi e l’investitura dell’avvocazia da parte dei principi vescovi. Egli impose con le minacce la politica dei fatti compiuti. Dapprima piegò ai suoi voleri il più debole dei principi vescovi limitrofi, quello di Coira, poi fu la volta del vescovo trentino Aldrighetto, che dovette riconoscere l’ereditarietà dell’avvocazia. 
Ma il Capitolo, incoraggiato dal procedimento inquisitoriale avviato il 27 aprile 1246 dal papa Innocenzo IV a carico di Aldrighetto, che per salvaguardare i propri interessi da avversario era diventato fautore dello scomunicato Federico II, protestò energicamente. È da rilevare questa presa di posizione dei canonici, che non fu eccezionale, ma piuttosto consueta nei confronti dei principi vescovi quando mostravano di non saper difendere l’indipendenza del principato.
sigillo vescovo Egnone


 Il nuovo vescovo di Trento, Egnone (1250-1273) dei conti guelfi di Appiano, era stato dal 1239 principe vescovo di Bressanone e aveva subìto le sopraffazioni dello stesso conte Alberto, tanto che si era dovuto rifugiare nel castello paterno. Infine, per non essergli succube, si era dichiarato fedele all’Imperatore Federico II, e così anche nei suoi confronti fu minacciata un’inquisizione pontificia "de vita et moribus" ("sulla vita ed il comportamento")(4 giugno 1246). 
Tuttavia, a differenza del vescovo Aldrighetto, si staccò per tempo dall’imperatore scomunicato e, in premio, oltre la conferma sulla cattedra di Bressanone ottenne dal 1247 l’amministrazione della diocesi trentina e nel 1250 il definitivo trasferimento in questa più importante sede. 
 La sovranità territoriale dei due principati vescovili era tanto compromessa che Egnone, nuovo vescovo di Trento, per superare il prepotente ostruzionismo e poter entrare a Trento, dovette recarsi nel 1252 a castel Tirolo e investire il conte Alberto III e le figlie, insieme con gli eredi, non solo dei feudi trentini consueti ma anche di quelli dell’allora estinta casa comitale di Appiano. Così Alberto di Tirolo, che già nel 1248 aveva ottenuto l’ereditarietà dei feudi e dell’avvocazia vescovile di Bressanone, poteva di fatto ritenersi pressoché signore del territorio trentino-tirolese. È anzi significativo che, appropriandosi di un titolo che spettava ai prìncipi immediati dell’Impero, non si accontentasse più della denominazione "Dei gracia comes de Tirol" (per grazia di Dio conte del Tirolo) (pure indebita, ma almeno riferentesi a castel Tirolo), bensì potesse la sua eredità essere senz’altro designata "dominium comitis Tirolis" ("signoria della contea del Tirolo"), cioè appunto un nuovo stato sovrano esistente di fatto, anche se non ancora di diritto. Il mutamento del titolo “conte di Tirolo” (limitato al castello omonimo) in “conte del Tirolo” prefigurava e manifestava ambiziosamente l’obiettivo che i successori di Alberto III avrebbero continuato a perseguire. 
Erede del conte Alberto III, e delle infeudazioni da lui accaparrate a scapito dei principati ecclesiastici, riuscì a far riconoscere al genero conte Mainardo III di Gorizia, il titolo di Mainardo I del Tirolo. Costui, assediata Trento con l’appoggio di Ezzelino da Romano, costrinse il vescovo Egnone a investirlo pure dell’avvocazia. Vana fu la protesta del Capitolo dei canonici, il 2 maggio 1256, come poi la revoca dell’investitura da parte dello stesso principe vescovo, il 23 ottobre 1258. 
In seguito alla morte dell’usurpatore. Mainardo II, suo figlio, si mostrò ancor più risoluto. Dopo aver senz’alcuna difficoltà ottenuto dal vescovo Egnone (fiducioso di poter con il suo aiuto domare la rivolta dei vassalli) il rinnovo delle precedenti investiture, non ebbe scrupoli di approfittare del malumore dei cittadini di Trento per insediare in città un capitano a lui devoto, rimpiazzare i canonici ostili con ecclesiastici a lui ligi e impadronirsi di feudi pignoratizi o vacanti. La maggior parte dei territori appartenenti ai principati vescovili di Trento e di Bressanone fu da lui usurpata, cosicché il conte del Tirolo, dopo la morte di Egnone, non si curò nemmeno di farsi rinnovare l’investitura dai vescovi neoeletti. 
Attese invece a riorganizzare radicalmente l’amministrazione, secondo il più progredito modello italiano, sostituendo i nobili e i ministeriali infeudati con ministeriali senza feudo, cioè semplici funzionari pubblici; favorì la borghesia cittadina e anche l’emancipazione dei contadini, trasformandoli in locatari perpetui. Non concesse però alle comunità rurali alcun diritto politico, di modo che non poterono costituire un’organizzazione di contadini liberi come nelle vicine comunità svizzere. 
Mainardo II iniziò la formazione di una moderna compagine statuale di tipo assoluto, che si avvaleva di un efficiente apparato burocratico. La sovranità territoriale dei principi vescovi si ridusse a poco più di un contestato diritto formale-storico, anche perché molti loro sudditi, esasperati dai soprusi perpetrati durante il lungo periodo di anarchia, non disdegnavano il predominio dell’energico conte del Tirolo. Riuscì perciò del tutto effimera l’espugnazione del Castello del Mal Consiglio (che proprio allora, almeno dal 1277, fu denominato Buon Consiglio) da parte dei fautori del nuovo vescovo trentino Enrico.

Mainardo II reagì aggredendo violentemente Bolzano, di cui fece demolire perfino le mura, poiché aveva fatto causa comune con i Wanga e con altri signori filovescovili. Dopo un infausto tentativo di porsi sotto la tutela del comune di Padova (1278), il vescovo Enrico nel 1284 dovette adattarsi a stipulare con il conte del Tirolo addirittura un contratto di cessione del principato per quattro anni. Gli veniva corrisposta una pensione di ottocento marche d’argento, forse per sopperire all’insolvibilità dei debiti contratti per mantenere il decoro principesco. 

Contemporaneamente il vescovo di Bressanone, Bruno di Kirchberg (1250-1288), nipote di Mainardo I, si mostrava ancor più succube perché non solo cedette all’insaputa del Capitolo dei canonici a Mainardo II il dominio di Sarentino e Castelrotto, ma riconobbe quasi formalmente la separazione e la supremazia del potere temporale dell’usurpatore su quello, già di fatto ridotto alla giurisdizione ecclesiastica, del vescovo. 
castello di Brunico, voluto da Bruno di Kirchberg


Le cosiddette “compattate”, che avrebbero dovuto essere vere convenzioni bilaterali, si rivelarono imposizioni pressoché unilaterali del conte del Tirolo.


(Storia dell'Autonomia Trentina, Consiglio Provincia Trento)


sabato 17 novembre 2012

venerdì 16 novembre 2012

Il rosone e la ruota della fortuna


Duomo di Trento: la ruota della fortuna
 La ruota è un antichissimo simbolo solare, che nel Medioevo ritroviamo nei rosoni delle cattedrali, ma anche il divenire, la ciclicità, la caduta e la rinascita.
Il rosone in forma di ruota, può avere un numero variabile di raggi e quando questi sono otto servono a richiamare il tema della Resurrezione.
La ruota può assumere anche la forma di un fiore, quando al posto dei raggi troviamo un disegno che ricorda i petali: in questo caso il fiore è in genere una rosa, intesa come "coppa che raccoglie il sangue di Cristo", o come "rosa mistica", che allude alla Vergine Maria.
Spesso al centro del rosone delle chiese romaniche e gotiche si trova la figura di Cristo, la quale sta indicare il ruolo determinante del Salvatore al centro del progetto escatologico divino.
Nelle chiese di architettura romanica il rosone indicava la "ruota della fortuna", la quale va interpretata ovviamente in chiave religiosa, essendo collocata su un edificio sacro

Colonna ofitica al Duomo di Trento

Duomo di Trento
Le due colonne legate da un nodo rappresentano il Padre, il Figlio legate allo Spitito Santo.

particolare del Duomo di Trento
Un altro significato della colonna ofitica è  la doppia natura del Cristo: quella divina e quella umana unite da Dio da un unico nodo intrecciato.

martedì 27 dicembre 2011

Landlibell trentino-tirolese

Il 23 giugno 1511 la Dieta tirolese riunita ad Innsbruck redigeva il “Landlibell”, atto che sanciva uno stretto collegamento fra il Principato vescovile di Trento, con i suoi corpi sociali - capitolo cattedrale, magistrato consolare, aristocrazia vescovile, comunità di valle -, e la Contea del Tirolo, con i suoi ceti - aristocrazia, clero, città e giurisdizioni rurali.
La materia dell’accordo, garante l’imperatore Massimiliano I, era la difesa del territorio e la distribuzione dei carichi ad essa connessi. Sin da subito le norme del “Landlibell” regolarono anche le contribuzioni in denaro sostitutive della prestazione militare e si estesero in breve torno di tempo a tutto il prelievo fiscale a favore della Camera di Innsbruck.
Su questa base nacquero forti legami, e parimenti forti tensioni, fra Principato vescovile, Contea e ceti tirolesi. Il “Landlibell” è infatti un testo sostanzialmente chiaro che dà tuttavia vita ad un sistema estremamente ambiguo, fonte nel tempo di diverse incomprensioni fra le parti.

Al castello del Buonconsiglio a Trento mostra dal titolo "Difesa e governo del paese" fino al 4 marzo 2012.