domenica 27 maggio 2012

Larici millenari

A Santa Geltrude in Val d'Ultimo si trovano a 1430 m. tre larici millenari. Essi sono gli ultimi testimoni dei primi insediamenti umani, quando la parte finale della val d'Ultimo era ancora popolata da orsi, lupi e linci.
Su di un larice abbattuto dal vento nel 1930 sono stati contati più di 2000 anelli di accrescimento. I tre sopravvissuti - segnati da tempeste e imperie - vengono considerati le più antiche conifere d'Europa.
Tutta la cima del larice più alto, che misura m. 36,5 per una circonferenza di 7 m., è disseccata, colpita da un fulmine. Anche l'albero più grosso, con un diametro di 8,34 metri e una altezza di 34,5 metri ha perso la cima.
Il larice dalla singolare cavità è spezzato a 6 metri d'altezza da generazioni; un ramo laterale ha assunto, di conseguenza, il ruolo di cima.

l monumenti naturali come i larici millenari che videro passare 70 generazioni dall'impero romano prima e germanico (baiuvari) poi, sono evidenti la tenace volontà di sopravvivenza della natura.


Il legno di larice, ricco di resina, è estremamente resistente alle intemperie ed è l'elemento caratteristico dei masi.

Gli alberi sono le colonne del mondo.
Quando tutti gli alberi saranno tagliati
il cielo cadrà sopra di noi.

(proverbio degli indiani d'America)

sabato 26 maggio 2012

la "sega veneziana" a Santa Geltrude in Val d'Ultimo

dal Quotidiano Alto Adige del 21 giugno 2005 a firma di Davide Pasquali


A prima vista una segheria veneziana sembra un inutile retaggio del passato. La dimostrazione? Finora è stata sostanzialmente ignorata anche dagli stessi storici dell’economia e della tecnologia.

 Un fatto singolare, se solo si considera che la sega idraulica dominò per almeno sette secoli l’economia delle valli alpine e anticipò alcune soluzioni tecniche adottate poi, a fine Ottocento, dalle moderne turbine idrauliche per la produzione di energia elettrica.
Notevole modello di produzione ecosostenibile - perché in grado di funzionare utilizzando una fonte energetica (l’acqua) e una materia prima (il legno) totalmente rinnovabili, senza inquinare e producendo rifiuti totalmente smaltibili - la veneziana è uno strumento assai efficiente, nato come sofisticato sviluppo dei mulini ad acqua. Per muovere un mulino, era sufficiente trasformare il moto rotatorio orizzontale della ruota idraulica nel moto rotatorio verticale della mola. Allo scopo erano sufficienti due semplici ruote a camme. Molto più complicata era la sega, che doveva trasformare il moto circolare della ruota in due moti rettilinei e sincroni: l’alternativo verticale del telaio reggilama e l’orizzontale a intermittenza del carrello portatronchi.
Quando la lama scendeva (e tagliava il tronco), il carrello si arrestava, mentre quando la lama risaliva, il carrello doveva compiere uno scatto in avanti. In area italiana questo sistema venne sviluppato al termine del Medioevo, mentre i primi disegni tecnici risalgono all’epoca rinascimentale. Queste macchine funzionavano, ma avevano un difetto: mosse da ruote di notevoli dimensioni, sviluppavano di conseguenza velocità piuttosto basse.

 Siccome ad ogni giro dell’albero motore corrispondeva esattamente un ciclo di salita e discesa della lama, anche la segagione procedeva assai lentamente.

Nel corso del Cinquecento - presumibilmente nei territori della Repubblica di Venezia, un’area economicamente e tecnologicamente assai avanzata - qualcuno ebbe l’idea di trasferire questa macchina in quota, lungo i torrenti delle Alpi orientali caratterizzati da acque veloci e portate notevoli. Ciò permise di realizzare ruote più piccole - con diametro inferiore al metro - aumentando così efficienza e produttività. La veneziana ebbe successo e dal Cadore si diffuse in tutto il Nordest, raggiungendo in seguito anche Slovenia, Austria e Alpi occidentali.

Col tempo venne perfezionata - per esempio vennero via via sostituite diverse componenti in legno, inserendone di metalliche - ma il principio di azionamento rimase sostanzialmente invariato sino all’inizio del Novecento.
 In Trentino le prime macchine ad acqua comparvero nel Duecento, mentre in Alto Adige il primo opificio citato è quello di Tesimo, nel 1315. La veneziana cominciò a diffondersi verso la fine del XVI secolo e il periodo di massimo sviluppo si ebbe nel XIX, quando l’attività di segagione assunse notevoli dimensioni commerciali. Diffuse capillarmente sul territorio - in Trentino negli anni Trenta ne esistevano almeno 420 - altamente adattabili al territorio, semplici da utilizzare, economiche e in grado di produrre segati di grande qualità, rimasero in esercizio a lungo e vennero abbandonate progressivamente soltanto nel Dopoguerra. Nel Tirolo austriaco - a titolo di esempio - nel 1960 ne esistevano ancora 140, ridottesi a 6 nel 1970.
In Trentino, per scopi didattici, ne sono state rimesse in funzione almeno una mezza dozzina, in particolare su iniziativa dei Parchi naturali di Paneveggio - Pale di S. Martino e Adamello - Brenta, nonché del Parco nazionale dello Stelvio. In Alto Adige invece, se ne possono osservare ancora molte, per esempio risalendo le valli d’Ega e Tires. Diverse sono state riconvertite in legnaie o in rimesse per le auto, altre in residenze estive, un paio - a Nova Levante e a Ega - vengono ancora utilizzate saltuariamente dai proprietari, altre ancora versano in totale stato di abbandono. Per quanto riguarda l’Alto Adige - contrariamente a quanto avvenuto in Trentino, Austria o Germania - nessuno ha mai pensato di approfondire l’argomento, effettuando ricerche storiche, studi tecnici, censimenti o altro, tanto che al riguardo non è mai stato pubblicato nulla e non si conosce neppure il numero totale degli opifici esistenti. Certo, negli anni Ottanta un’antica veneziana fu esposta al Museo etnografico di Teodone di Brunico. E nel 1997 - dopo essere stata restaurata, rimessa in grado di funzionare e adibita a centro visite del Parco naturale dello Sciliar - è stata inaugurata la segheria Steger ai Bagni di Lavina Bianca, presso Tires.
S. Geltrude Val d'Ultimo
Nessuno però, sinora, aveva ideato un progetto coerente di valorizzazione, mostrando (e spiegando con chiarezza) l’intero ciclo della sega veneziana. Ora ci ha pensato il Parco nazionale dello Stelvio, ristrutturando la Lahnersäge, il quarto centro visite nella porzione altoatesina dell’area protetta. La segheria è aperta da qualche settimana e si trova a Santa Geltrude, in cima alla val d’Ultimo. Una scelta non casuale, visto che la valle è storicamente legata allo sfruttamento delle risorse forestali e idriche, tanto che oggi - oltre a notevoli abetaie e lariceti - troviamo sei bacini artificiali e cinque centrali idroelettriche. Fu proprio la realizzazione di questi impianti nel Dopoguerra - e la conseguente riduzione nella portata dei torrenti - a far inevitabilmente cessare le attività di fluitazione e segagione idraulica del legname.
S. Geltrude Val d'Ultimo
La Lahnersäge, realizzata nel 1873 e attiva per oltre un secolo, era di proprietà di una comunione d’interessi di 36 contadini di S.Geltrude. Ceduta al Comune di Ultimo e messa a disposizione del Parco, è stata ristrutturata con una spesa di circa 200.000 euro.
S. Geltrude Val d'Ultimo


Il Museo delle donne - Frauen Museum

Attraverso la moda, abiti, accessori e oggetti della vita quotidiana si racconta la storia della donna. Si può provare un corpetto-bustino per capire come il corpo della donna era costretto tra stecche di balena e lacci per creare il "vitino da vespa", la sottogonna della fine del 1800 o le ampie gonne indossate dalle sciatrici.
 Il Museo della Donna prende il nome dalla sua fondatrice: Evelyn Ortner, originaria di Bregenz, vissuta a Merano dal 1968, continuò la raccolta di abiti e accessori femminili degli ultimi 200 anni fino alla sua morte, avvenuta nel 1997.
donna cambiavalute
Victoria Clafin Woodhull (1837-1927), prima agente di borsa e pioniera a Wall Street


Il Museo della donna si trova a Merano in via Mainardo 2 , nella casa civica 68/69 (uno degli edifici più antichi di Merano, risale al 1342). Si tengono mostre di grandissimo interesse e si possono consultare i libri dell' annessa biblioteca.

venerdì 25 maggio 2012

Raccomandazione dagli alberi


”Evita la quercia
Fuggi l’ abete rosso
Sta’ lontano dal salice
Cerca il faggio”


Quest’antica saggezza popolare è un consiglio per chi è sorpreso da un temporale.

le formiche rufe


Per merito della sua capacità di adattamento e della perfetta organizzazione della sua società la formica è la specie di insetto con il maggior successo evolutivo. Qui trattiamo la grande formica rossa dei boschi. Una colonia di Formica rufa può contare fino a due milioni di individui e perciò le colonie di formica vengono spesso considerate veri e propri stati. E’ chiaro che in presenza di un così alto numero di individui ognuno di essi ha determinati compiti, che devono essere svolti con cura.
Tutte le formiche del formicaio schiudono da uova deposte dalla stessa regina. Come avviene ciò?
Dopo il letargo la giovane regina prende il volo e viene fecondata da un maschio, che muore quasi subito dopo. La regina si cerca un rifugio, depone le uova e cura le larve, finché queste si trasformano in pupe. Le prime operaie l’aiutano ad allevare le prossime generazioni e così nasce una nuova colonia di formiche.

Nella società delle formiche esistono tre caste: le regine, le operaie e i maschi. La regina fonda una nuova colonia e depone tutte le uova. Le operaie, tutte femmine, svolgono tutti gli altri compiti, e i maschi fecondano, una volta soltanto, le giovani regine. La struttura corporea di questi tre individui di formica cambia in funzione ai loro compiti: la regina e il maschio possiedono ali per poter svolgere il volo nuziale. Invece le operaie, nonostante non possano riprodursi, hanno comunque un forte istinto materno, per cui allevano e curano le uova, le larve e le pupe della loro regina. Nella complessa e ben organizzata società delle formiche ogni individuo sa istintivamente quali compiti deve svolgere, affinché tutto l’apparato funzioni senza attriti.

La divisione dei compiti è indispensabile

Le cacciatrici procurano il cibo.
Le tagliatrici lo riducono a bocconcini.
Le mungitrici di afidi sorvegliano e mungono le ”mandrie” di afidi del formicaio.

Le soldatesse sorvegliano e difendono il formicaio.
Le costruttrici conservano e allargano le gallerie, i sentieri e le camere del nido adibite all’allevamento della prole.
Le raccoglitrici procurano i materiali da costruzione.
Le pulitrici raccolgono i rifiuti e li depongono in camere adibite a proposito oppure all’esterno del formicaio.

Alcune formiche hanno l’incarico di esporsi al sole per poi ”trasportare” il calore così accumulato all’interno del formicaio.
Le portinaie sorvegliano le uscite e le entrate del formicaio; attraverso la ventilazione esse regolano il clima interno del nido. Insieme alle formiche adibite a ”radiatori viventi” le portinaie sono responsabili della complessa regolazione climatica.

Gli individui che hanno il compito di svegliare l’intero nido sono altamente specializzati. Essi svernano negli strati più esterni del formicaio; all’inizio della primavera, al momento 
giusto, essi devono trasportare le altre formiche in superficie per permettere a queste ultime di svegliarsi al caldo.

Durante il letargo speciali formiche adibite a dispense viventi immagazzinano cibo nel loro gozzo per poter offrire subito una razione di cibo alle loro sorelle, appena queste si svegliano in primavera

(da: Parco Naturale di Trodena) 


Le torbiere


Le torbiere si formano in depressioni del suolo, dalle quali l’acqua non può defluire; quasi sempre si sono  formate in seguito all’ interramento di un lago. Il terreno è costantemente umido e povero di ossigeno e allora la decomposizione dei resti vegetali è incompleta. 
Questa materia organica si accumula e quando diventa più abbondante incomincia a formarsi la torba, dando origine a una torbiera bassa. Essa è in diretto contatto con la falda freatica il che assicura alle piante un sufficiente apporto di sostanze nutrienti.

Appena gli strati di torba raggiungono la superficie dell’ acqua della torbiera, inizia la colonizzazione da parte degli sfagni dando inizio alla formazione di una torbiera alta. La tipica forma bombata della torbiera alta è causata dalla crescita verticale degli sfagni (muschi); quando la loro parte basale muore gli strati superiori iniziano a perdere il contatto con la falda freatica e così perdono anche un’ importante fonte di sostanze nutrienti.

Gli strati di torba crescono molto lentamente, al massimo un millimetro all’ anno. Rami, polline, cadaveri e altri materiali organici che per caso cadono nella torbiera non possono essere decomposti a causa dell’ humus acido e della mancanza di ossigeno, ma vengono conservati egregiamente. Per questa ragione le torbiere nascondono spesso testimonianze della vita di epoche passate. 

LE PIANTE DELLA TORBIERA: SOPRAVVIVENZA E ADATTAMENTO


Le torbiere sono caratterizzate dalla mancanza di sostanze nutritive, da un suolo acido e da un forte surriscaldamento della loro superficie. Queste condizioni vitali sfavorevoli permettono soltanto a poche specie vegetali di sopravvivere.

Una di queste specie è lo sfagno. Nonostante sia privo di radici in senso stretto, può assorbire l’ acqua molto velocemente; le sue cellule possono immagazzinare per lungo tempo un volume di acqua pari a 20 volte il loro volume originario. Per sconfiggere i propri concorrenti lo sfagno secerne un acido che inibisce la loro crescita.

Una altra strategia di adattamento é stata sviluppata dalla drosera. Questo fiore poco appariscente è una pianta carnivora. Le sue foglie possiedono peli che al loro apice portano una ghiandola secernente un liquido vischioso che attira e trattiene gli insetti. Stimolata dai movimenti della preda, la foglia si chiude ed inizia a digerire il malcapitato. In questa maniera la piantina può nutrirsi e sopravvivere nella torbiera altrimenti povera di elementi nutritivi.

Metzen, Star e Maßl


Per la macinatura il contadino poteva pagare in contanti o in natura. 
I mugnai, che preferivano essere pagati in natura, venivano chiamati ”Metzen”.
La soluzione più semplice era senz’altro quella di pagare con il prodotto finale, la farina.
Il mugnaio veniva pagato con una parte della farina in base alla quantità di farina macinata e in osservazione alle disposizioni della corporazione dei mugnai. 
La quantità era calcolata in particolari misure quali lo ”Star” e il ”Maßl”, che identificano un preciso volume. 
Uno ”Star” di segala pesava circa 22 chilogrammi. Questa unità di misura aveva un rapporto diretto con l’area coltivata: uno ”Star” di semente bastava per una superficie coltivabile di 720 metri quadrati
In base a questa relazione le aree coltivabili erano misurate in ”aree Star”.